Avvocati&Tech: è necessario un equilibrio tra tecnologia e “umanità”

Oggi intervistiamo Claudia Morelli, divulgatrice di innovazione legale, esperta in Legal Business Development e in comunicazione per avvocati, studi legali, istituzioni e associazioni che operano nel mondo forense e giuridico.

Credi che oggi in Italia si parli in misura sufficiente di legaltech e, se sì, con quale profondità di contenuti?

Il settore legaltech in Italia è una nicchia in una nicchia, ma è agguerrito. I suoi interpreti, avvocati, ingegneri, profili tecnici, sono molto competenti e hanno consapevolezza dell’ambiente in cui si muovono. Trovo questo aspetto molto positivo. Riguardo al “parlare in maniera sufficiente”, dipende dal “chi” e dal “cosa”. Il digital divide che si registra in Italia non risparmia nessuna categoria professionale. Quindi, al di fuori della nicchia, capiterà di trovare una certa superficialità nel trattare questi temi. D’altra parte, ci troviamo in un dominio doppiamente “tecnico”: è giuridico ed è tecnologico. Per questo credo che, per quanto riguarda la “nicchia”, sia importante lavorare anche comunicativamente sui “valori” della innovazione (e non solo sulla tecnicalità della soluzione legaltech proposta) e su un linguaggio divulgativo e non “da adepti”. Non è semplice, lo capisco; io stessa a volte incontro difficoltà nel rendere chiaro ciò che ha un certo grado di complessità. Ma comunicare (nel senso etimologico “Rendere comune, far conoscere, far sapere; per lo più di cose non materiali: c. pensieri, idee, sentimenti”) è veramente una cosa meravigliosa.

Pensi che la comunicazione digitale degli avvocati, per come è fatta oggi, consenta ai clienti di scegliere in trasparenza l’avvocato a seconda delle sue competenze?

La mia risposta è: dipende! Sui grandi numeri, no. La cattiva comunicazione e promozione con cui il legal marketing è stato importato in Italia (sembra un secolo fa…e in effetti lo è!) ha, da una parte, fatto pensare che il marketing fosse solo “vendita” di servizi legali (e non lo è) ed il web fosse il luogo del far west dove potersi fare pubblicità senza alcun vincolo deontologico. Anzi: che i vincoli deontologici andassero aboliti!. E, dall’altra parte, ha provocato un irrigidimento delle istituzioni forensi che hanno pensato che il web (prima epifania della rivoluzione digitale) fosse il bassofondo della categoria forense. Ahimè! Per fortuna noto un cambiamento di atteggiamento e leggo di tante sponsorizzate che non usano più claim  tipo “trova più clienti con un semplice click” ma richiamano (anche furbescamente) la compliance deontologica. Ci sono comunque tanti avvocati e tanti studi legali che hanno piena consapevolezza del proprio ruolo sociale e utilizzano bene la comunicazione, anche digitale.

Più in generale, credi che la comunicazione digitale sia un mezzo adeguato a tale scopo o ve ne sono altri più idonei?

Io credo nella dimensione onlife (cit Luciano Floridi), phygital. Non riesco più a distinguere tra dimensione online e offline. Ogni canale è adeguato ma dipende dal “perché”, dal “cosa”, dal “chi”. Io non parlerei di “comunicazione” digitale ma di presenza digitale. Se non sei presente “digitalmente”, non sei. Sembra una affermazione forte ma, per dire, Google è stato visitato 62,19 miliardi di volte nel corso del 2019. I dati che raccontano ciò che avviene “sul digitale” sono sempre impressionati.

Andando sul concreto (perdonate le semplificazioni): avere un sito web è utile se ben impostato anche negli aspetti tecnici (SEO); essere sui social è importante per “partecipare” al moto della società. Non è obbligatorio essere “sempre dappertutto”. E’ importante essere dove si sceglie di essere con consapevolezza del proprio ruolo sociale e senza limitare la presenza “digitale” alla sola promozione di sé.

Sull’avvocato grava una responsabilità sociale. Come credi che evolverà tale responsabilità ora che l’attività dell’avvocato si svolge nel mondo digitale e non più solo nelle aule di tribunale e negli studi?

Non direi “grava” ma considererei la responsabilità sociale dell’avvocato una opportunità, ora che parlare di responsabilità sociale delle imprese, di sostenibilità, non solo “è di moda” ma produce effetti di bilancio misurabili. Né direi che l’attività si svolge solo nel mondo digitale, perché spero che l’avvocato continuerà a incontrare i propri clienti anche di persona e continuerà ad andare in tribunale. Essere onlife significa proprio questo: cercare un equilibrio tra opportunità tecniche e tecnologiche e comportamenti umani. L’avvocato rimane il professionista che, come pochi altri, entra nella vita personale delle persone e della vita delle imprese. In questo senso è una professione “sociale”. Secondo me gli avvocati hanno davanti a sé un grande compito sociale, e spero che se ne rendano sempre più conto: traghettare la comunità verso una dimensione digitale rispettosa dei diritti delle persone. In termini di business development, poi, la loro reputazione (brand reputation -per dirla in termini marketer) dipenderà dalla esperienza degli stakeholder, dentro e fuori Internet.

Altro argomento fondamentale è l’etica delle professioni legali e delle funzioni della giustizia amministrata. Credi che il legaltech possa influire sulla ricerca di tale etica e, se sì, in che modo e misura?

E’ un auspicio. Ma sarebbe anche un compito doveroso e cerco di spiegare perché, a mio avviso. I filosofi stanno studiando come “embeddare” l’etica negli algoritmi di Intelligenza artificiale. Il gruppo di esperti della Commissione Ue ha individuato 7 principi etici, che ora la Commissione Ue è chiamata a tradurre in norme prescrittive (entro gennaio 2021) per le aziende che progetteranno, programmeranno, eseguiranno e applicheranno gli algoritmi di AI. Mi chiedo: chi accompagnerà queste aziende in questo complicato percorso di compliance? Chi assisterà i cittadini che reputano di aver subìto un danno dall’applicazione di questi software? Lo stesso discorso vale per le soluzioni automatizzate di amministrazione della Giustizia (che sono agli albori!). Chi “embedderà” la rule of law nei software per la soluzione di small claims? Francamente nel digitale non vedo se non opportunità per i giuristi; a patto di studiare e di formarsi sulle nuove tecnologie.

Le società finalmente iniziano ad interessarsi alla legal corporate responsibility. Credi che a breve diventerà normale per le società affidarsi alla consulenza di un esperto in materia? Quale potrà essere il valore aggiunto di una tale scelta aziendale?

Ne accennavo prima. Siamo tutti coinvolti. Consiglio la visione (emozionante!) di “Il nostro pianeta”, del naturalista David Attenborough. Lui ci dice che se agiamo adesso, possiamo ancora (per poco) rimediare ai danni causati al pianeta e ci suggerisce di ripristinare la bio diversità. Attenborough parla specificatamente di ambiente, ma la sua lezione potrebbe valere per il rispetto della diversità in genere, per esempio. Blackrock, tra i principali fondi di investimento al mondo, ha scritto ai CEO delle società una bella letterina intitolata “La sostenibilità come nuovo standard per gli investimenti di BlackRock”… Focalizzandoci sul legal, segnalo il documento “Measuring Stakeholder Capitalism: Towards Common Metrics and Consistent Reporting of Sustainable Value Creation”, nato all’interno dell’International Business council del World Economic forum, e dal coinvolgimento delle Big Four della consulenza e della revisione dei conti (EY, Deloitte, KPMG e Pwc). In sintesi, si passa dagli ESG (elementi di valutazione utilizzati nel settore finanziario per giudicare la sostenibilità degli investimenti) alla creazione di valore aziendale sostenibile a 360° gradi. In altre parole, si passa “dal capitalismo degli shareholders al capitalismo degli stakeholder”, senza dimenticare la profittabilità delle scelte strategiche. Tra gli indicatori sistemici figurano la capacità di governo della innovazione in azienda, a partire dalla cyber security, l’entità delle sanzioni per reati societari pagate a titolo di responsabilità oggettiva, le condanne per sexual arrassment, i gender e pay gaps. Materia da avvocati, o sbaglio?

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