LA DANZA DELLE STABLECOINS. DALLE ASPIRAZIONI MONETARIE ALLA NATURA FINANZIARIA.

Con il presente articolo si intende fornire una panoramica sul rapporto intercorrente, sul piano giuridico, tra la moneta avente corso legale ed una nuova tipologia di asset con il quale il mercato solo recentemente ha iniziato a prendere dimestichezza: la stablecoin. Cosa sia la stablecoin e a quali esigenze essa sia chiamata a rispondere sono domande a cui è opportuno iniziare a fornire una risposta. E questo, anche e soprattutto in relazione alla forte aspirazione, tipica di tutti i suoi providers, che tale tipologia di bene virtuale, nel tempo, più di quanto sia stato fatto dal bitcoin, rappresenti una alternativa alla moneta legale.

Perché una stablecoin?

Nell’economia moderna, è solito far risalire l’avvento del fenomeno stablecoin all’estrema volatilità caratterizzante il mondo delle criptovalute finora conosciute.

Se, infatti, originariamente (dopo la creazione da parte di Satoshi Nakamoto del Bitcoin), la moda della criptovaluta aveva conosciuto una rapida espansione, nel 2018 si assiste, per converso, ad una fase di declino. L’emersione, sempre più frequente, nel mercato virtuale, di truffe, raggiri e phishing, oltre che di problemi relativi al corretto funzionamento delle piattaforme DLT al netto di un aumento esponenziale dell’attività, portarono numerosi investitori ad una situazione di incertezza. Di qui l’inizio di una turbolenta fase di oscillazione del mercato criptovalutario, nella quale numerose attività virtuali conobbero altresì fortissime perdite in termini di valore[1].

Come conseguenza, l’obiettivo che la criptovaluta si era prefissato, ossia quello di garantire una funzione monetaria, venne compromesso. Oltre che alla sua natura intrinsecamente finanziaria, numerosi altri problemi iniziarono ad emergere in relazione alla sua incapacità di pervenire ad una neutralità, ossia in quell’attitudine dell’asset a non essere trattenuto presso il detentore per finalità di rendimento futuro, ma ad essere scambiato in modo continuativo, forte dell’impossibilità di apprezzarsi o deprezzarsi considerevolmente.

Alla luce di ciò, come garantire al mercato la presenza di un titolo che potesse, al contempo, fungere da strumento monetario senza sacrificare i notevoli passi avanti che, sul piano sociale (oltre che tecnologico), erano stati compiuti dall’introduzione dell’ecosistema bitcoin? Semplice, tramite l’introduzione di un sistema che abbattesse la volatilità tipica delle criptovalute e riuscisse a garantire una maggiore stabilità all’asset virtuale. Uno scopo che, sino ad oggi, sembra essere stato sposato da numerosi providers, tra i quali spicca, ad esempio, il nome di Tether[2].

Le caratteristiche della moneta legale

La stablecoin, lo si è detto, altro non è se non un bene che aspira a costituire una nuova forma di moneta in senso giuridico. Ma per comprendere pienamente ciò, la nostra analisi non può prescindere dal considerare cosa sia la moneta o, per meglio dire, la moneta avente corso legale, ossia la valuta di uno stato.

La valuta altro non è se non una moneta istituzionalizzata, vale a dire quella moneta scelta dallo stato per orientare le transazioni. La valuta costituisce quello strumento con il quale lo stato esercita la propria sovranità sull’economia, conferendole un certo ordine e canalizzandola all’interno di una logica oppositiva “credito-debito”[3].

Per far ciò, occorre tuttavia che, al pari del suo antecedente logico (ossia la moneta per così dire in senso astratto), anche la valuta si connoti di determinate caratteristiche di natura economica. Essa deve necessariamente costituire un mezzo di scambio, rappresentare una unità di misura dei valori (unità di conto) e fungere da mezzo di capitalizzazione di valori patrimoniali[4]. La valuta, dunque, alla luce di ciò, diventa quello strumento scelto dallo stato per consentire ai cittadini di effettuare le proprie spese, certi della garanzia economica che lo stato esercita su ciascuna unità di conto e che si esprime mediante una sua stabilizzazione, sia nel valore nominale (rendendo irrilevante qualsiasi variazione del valore reale dell’unità nelle singole transazioni tra privati[5])che, soprattutto, in quello reale (scoraggiando gli individui a trattenere liquidità in vista di futuri rendimenti)[6].

La stablecoin come asset finanziario

L’estrema volatilità del bitcoin, va da sé, non consente a tale tipologia di asset di fungere da strumento monetario[7]. Ma cosa ne è della stablecoin? La stablecoin, altresì denominata virtual stable currency, consiste nel “tentativo di fornire una moneta stabile nell’ambito delle criptovalute”[8], un asset virtuale (altresì definibile token) in grado di conservare, in maniera più o meno stabile, un valore pari ad un sottostante valutario. A differenza del bitcoin, dunque, i meccanismi di stabilizzazione del valore delle stablecoins risultano più accentuati, di talché gli emittenti riescono maggiormente a garantire, a qualunque detentore di stablecoin, una conversione 1 a 1 con moneta avente corso legale.

Se si volesse operare una ricostruzione in chiave dogmatica delle stablecoins, è possibile constatare come tale tipologia di asset può declinarsi in alcune sottocategorie. A tal proposito, la dottrina suole distinguerne tre diverse tipologie[9]:

  • Tokenised stablecoins. Si tratta di quella tipologia di stablecoins che vengono prodotti dietro conferimento di unità valutarie (euro, dollaro, yuan).
  • Collateralised stablecoins (c.s.). Tale tipologia di asset virtuali viene generata da parte del provider dietro conferimento di un certo controvalore, rappresentato da generali titoli di credito (c.d. off chain c.s.) o da crypto-assets (c.d. on chain c.s.).
  • Algorithmic stablecoins. Si tratta della forma più evoluta della stablecoin, ossia di una criptovaluta a valore stabile ancorata in un regime DLT algoritmico, in grado di forgiare e bruciare, alla stregua di una vera e propria banca centrale, criptovalute a seconda della quantità ideale di asset che deve essere in circolazione in un dato momento.

Alla luce delle differenze appena delineate, diventa agevole fornire una risposta ad un quesito centrale. Può la stablecoin, al netto delle sue caratteristiche e delle sue modalità di espressione, sostituirsi all’uso della moneta legale? In altre parole, può la stablecoin rispondere, al pari della banconota (o della moneta scritturale e elettronica[10]), alle funzioni caratterizzanti la moneta legale?

A nostro avviso, rispondere positivamente a queste domande implicherebbe la nascita di un corto circuito giuridico, tale da compromettere l’ordine pubblico monetario. La stablecoin, infatti, non può che costituire una tipologia di tokens pensati sì per fungere da strumenti di pagamento ma non di certo da surrogato della moneta avente corso legale. In altre parole, le stablecoins possono costituire un valido strumento tramite cui trasferire ricchezza, e ciò poiché rispetto al bitcoin esse consentono a qualsiasi creditore di poter confidare in un potere d’acquisto dotato di maggiore stabilità. Le stablecoins infatti costituiscono una parte fondamentale di quelli che, secondo la dogmatica giuridica degli asset virtuali, prendono il nome di currency tokens[11].

Ma questo, a differenza della moneta avente corso legale, non esclude, in radice, che il creditore possa vedere azzerate le proprie riserve di ricchezza. E ciò poiché l’attività di impresa, tipica dei providers, è comunque soggetta al rischio di fallimento, rischio che finisce con il ricadere, al pari di qualunque prodotto di investimento, a carico dei suoi beneficiari. In più, se i meccanismi di stabilizzazione del valore delle stablecoins richiedono che i controvalori conferiti dagli utenti vengano impiegati nel mercato, questo di certo non garantisce che, nel futuro, l’impresa sia perfettamente in grado di adempiere alla sua funzione di riconversione.

Il soggetto che conferisca ricchezza al sistema, espressa in moneta fiat o tramite titoli di credito finisce dunque con lo stipulare un accordo che, a nostro avviso, è molto simile a quello di investimento finanziario. Laddove l’utente intenda convertire propri asset in criptovaluta a valore stabile, infatti, egli non fa se non addossarsi un rischio finanziario.

Se dietro un’apparenza di stabilità, anche la stablecoin ingloba in sé una serie di rischi tali da compromettere quella garanzia di ricchezza che, per converso, è pienamente soddisfatta dalla moneta legale tramite la politica monetaria della Banca Centrale, questa prospettiva rende tale tipologia di asset più simile ad un prodotto finanziario che ad una moneta in senso giuridico[12]. Un prodotto che, tuttavia, alla luce di meccanismi di conversione più stabili, rispetto al più famoso bitcoin, viene generalmente acquistato non tanto per finalità di lucro quanto per scopi patrimoniali puramente difensivi: la stablecoin viene in altre parole acquistata non perché ci si aspetti che il suo valore cresca nel tempo, quanto soprattutto per porre un freno al deprezzamento dei beni rispetto ai quali viene operata la conversione.

Conclusioni. Un giustificato scetticismo verso la funzione monetaria della stablecoin. La preferenza per una Central Bank Digital Currency.

Alla luce delle analisi appena svolte, è impossibile, quantomeno allo stato attuale, considerare la stablecoin come un surrogato della moneta legale. Più nello specifico, essa si caratterizza per una attitudine a fungere da strumento di natura finanziaria protettivo dei propri risparmi.

A nostro avviso, tuttavia la situazione potrebbe trovare un punto di svolta allorquando, anche per questa determinata tipologia di asset, se ne preveda una forma di controllo statale. Un controllo molto simile a quello che tutt’oggi avviene per la moneta scritturale e per quella elettronica, nella misura in cui il patrimonio di ciascun consociato viene tutelato mediante il rimborso al valore nominale di quanto originariamente conferito. L’obbligo, da parte dell’istituto emittente, di restituire, nei confronti del consociato, una quantità di moneta legale pari a quella originariamente conferita, potrebbe, di regola, consentire ai providers di aumentare l’inclusione finanziaria consentendo, questa volta per davvero, a chiunque di trasformare senza alcun rischio il proprio denaro in asset virtuale ed entrare efficacemente nel mondo del web 3.0.

La creazione di una unità monetaria in grado di garantire a chiunque di poter beneficiare di un asset 100% rimborsabile è, attualmente, l’obiettivo principale delle Banche Centrali. Un obiettivo che si realizzerà allorquando sarà possibile, per ciascun consociato, beneficiare di una Central Bank Digital Currency (CBCD), vale a dire di una sovrastruttura che consenta a chiunque di spendere direttamente la moneta legale nel panorama degli acquisti, forte della garanzia sovrana alla riconvertibilità nella forma e nella natura dell’asset originario[13].

BIBLIOGRAFIA

Lemme G., Moneta scritturale e moneta elettronica, Torino, 2003;

Inzitari B., Obbligazioni pecuniarie, in Commentario del codice civile Scialoja-Branca, a cura di Galgano F., Bologna, 2011;

Piattelli U., La regolamentazione del fintech. Dai nuovi sistemi di pagamento all’intelligenza artificiale, Torino, 2020;

Dell’Erba M., Stablecoins in cryptoeconomics: from initial coin offerings to central bank digital currencies, NYU Journal of Legislation and Public Policy, Vol. 22;

SITOGRAFIA

https://www.legaltechitalia.eu/pagare-in-bitcoin-estingue-lobbligazione/.
https://assets.ctfassets.net/vyse88cgwfbl/5UWgHMvz071t2Cq5yTw5vi/c9798ea8db99311bf90ebe0810938b01/TetherWhitePaper.pdf
https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecb.op230~d57946be3b.en.pdf

[1] Per una disamina più approfondita dell’ “antefatto” all’avvento degli stablecoins, v. Dell’erba, Stablecoins in cryptoeconomics: from initial coin offerings to central bank digital currencies, NYU Journal of Legislation and Public Policy, Vol. 22;

[2] Per un esempio di provider si rimanda al whitepaper di Tether, reperibile in https://assets.ctfassets.net/vyse88cgwfbl/5UWgHMvz071t2Cq5yTw5vi/c9798ea8db99311bf90ebe0810938b01/TetherWhitePaper.pdf

[3] Inzitari B., Obbligazioni Pecuniarie, in Commentario del covice civile di Scialoja-Branca, a cura di Galgano F., Bologna, 2011, 42.

[4] Inzitari B, op. cit., 3.

[5] E ciò poiché un euro oggi potrà essere sempre scambiato con un euro domani.

[6] Ciò accade per il tramite dell’intervento della banca centrale nazionale in qualità di organo deputato alla politica monetaria. La banca centrale, agendo sulla base monetaria, impedisce alla moneta di deprezzarsi o apprezzarsi, ma ne garantisce una tendenziale stabilità.

[7] A questa conclusione siamo già pervenuti in Pagare in bitcoin estingue l’obbligazione?, reperibile in https://www.legaltechitalia.eu/pagare-in-bitcoin-estingue-lobbligazione/.

[8] Piattelli U., La regolamentazione del fintech. Dai nuovi sistemi di pagamento all’intelligenza artificiale, Torino, 2020, 233 ss.

[9] Tipartizione di Dirk Bullmann, Jonas Klemm, Andrea Pinna,In search for stability in crypto-assets: are stablecoins the solution?, Occasional Paper Series n. 230/Agosto 2019, reperibile in https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecb.op230~d57946be3b.en.pdf

[10] Per l’estensione applicativa della definizione di moneta legale alla moneta scritturale e a quella elettronica, tra i tanti, v. Lemme G., Moneta scritturale e moneta elettronica, Torino, 2003.

[11] Nella dogmatica tradizionale, i currency tokens costituiscono, insieme agli utility tokens e agli investment tokens una delle tre forme in cui si manifestano gli asset virtuali. Essi si compongono di tutti quei tokens idonei, quantomeno sul piano tecnico, a traferire un certo ammontare di ricchezza. Tra i currency tokens dunque si annoverano il bitcoin e le stablecoins. Piattelli U., La regolamentazione, 240 ss.

[12] Si veda lo stesso Dell’Erba che conclude per un inquadramento giuridico degli stablecoins sotto l’egida delle c.d. securities laws. Dell’Erba M., Stablecoins.

[13] Per una disamina sulle CBCD v., tra tanti, Dell’Erba M., Stablecoins.

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